Robot e architettura

Il rapporto corpo umano - architettura è sempre stato molto stretto. Da sempre a differenti idee di corpo e corporalità si sono associate differenti modi di pensare e fare architettura. Facendo una rapida ricognizione sull'idea di robot, così come descritto da Maria Luisa Palombo in "Nuovi ventri. Corpi elettronici e disordini architettonici", Testo e Immagine, Torino 2001, si può affermare che agli inizi del 900, quando il termine stesso comincia a diffondersi, il concetto di corpo si associa a quello di automa: il robot è l'ideale industriale della macchina. Negli anni 20 le concezioni architettoniche sono piuttosto rivolte verso l'ideazione di una macchina da abitare: si diffonde l'existenz minimum, il bisogno di razionalizzazione tipico dell’industria porta ad uno spazio estremamente organizzato. Verso la fine del ventesimo secolo, con la crisi dell'industria e della produzione industriale, l'idea di automa è sostituita da quella di cyborg: fabbricati di macchina e organismo, ibridi di organico e inorganico. Il risultato è la realizzazione e l'ideazione di edifici ibridi che subiscano una mutazione nel tempo: l'esempio del Manimal di Van Berkel è quello di una struttura soggetta ad una continua evoluzione. Il futuro che le nuove tecnologie ci disegnano è quello del virtuale, degli ologrammi e quindi di tutta una serie di componenti come la smaterializzazione, la sostituibilità, la flessibilità, che conferiscono nuove possibilità ad una architettura il cui paesaggio mentale è profondamente mutato, una architettura del desiderio e dell’esperienza multisensoriale.

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